In Utopia (towards utopia)

Dalle distopie della differenza di genere all’emancipazione.
Riflessioni utopiche e distopiche sull’opera di Charlotte Perkins Gilman mediate dall’analisi di Mirella Billi

Relazione neurale, reciproco magnetico tra idillio e pazzia, energia trasgressiva liberata nel pensiero alternativo, l’utopia diviene racconto rivoluzionario oltre la metanorma della prevaricazione sociale di genere.

In Utopia 1/3 - The Rest Cure
In Utopia 2/3 - Parthenogenesis
In Utopia 3/3 - Explorations Through The Modern World
In Utopia 1/3 - The Rest Cure
In Utopia 2/3 - Parthenogenesis
In Utopia 3/3 - Explorations Through The Modern World
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Tecnica mista, stampa fine-art 40×60 cm. su carta baritata.
Edizione limitata disponibile da Saatchiart.

Estratto da: Billi, M. 2014. Utopia al femminile: eutopie, distopie e fantasie compensatorie. In De Michelis, L., Iannaccaro, G., & Vescovi, A. (Eds.), Il fascino inquieto dell’utopia: Percorsi storici e letterari in onore di Marialuisa Bignami. Milano: Ledizioni.

A partire dal Settecento, molti romanzi sentimentali femminili descrivono situazioni ‘utopiche’, ovvero amori e unioni felici, benessere economico, e soprattutto una condizione in cui la donna è rispettata, valorizzata, e libera da una serie di costrizioni spesso anche odiose, imposte dal mondo patriarcale. Le situazioni utopiche descritte dai romanzi sono quasi sempre proiezioni consolatorie, in cui si realizzano, nella fantasia e nel sogno, desideri insoddisfatti e diritti negati. E come queste proiezioni confermano una realtà molto diversa da quella descritta e sognata dalle donne, così vi manca qualsiasi progetto che vada al di là di modeste (certamente ai nostri occhi), richieste pratiche di un ambiente sostanzialmente familiare, quotidiano e domestico, migliore. Progetti di una società e di una cultura più giuste e libere, proposte di sistemi politici basati su principî di giustizia, rispetto delle leggi, e sull’uguaglianza, dunque vere e proprie utopie, per quanto si possano rivelare imperfette, non vengono elaborate dalle donne, che non solo non possono accedere a livelli di conoscenze e di intervento a loro da sempre negati, ma ignorano completamente i loro diritti e la possibilità di ottenerne il riconoscimento. Come evidentemente non riescono neppure a osare di immaginare un mondo ideale, perfetto, a loro misura, che risponda alle loro più profonde esigenze, che le ‘comprenda’ e le accetti, nella loro complessità, non riducibile alla loro sessualità (subordinata a quella maschile) e alla loro funzione biologico-riproduttiva.
L’Utopia come luogo felice, e, insieme, come non-luogo immaginario, appare addirittura inconcepibile per le donne, per l’impossibilità di essere rapportabile in qualche modo alla loro effettiva realtà. Del resto, le ‘utopie’ ignorano di norma il femminile. L’utopia più famosa – quella di Thomas More, del 1516, in cui, diversamente dalle opere ‘utopiche’ che l’hanno preceduta nell’antichità (dove il ‘luogo perfetto e felice’ è identificabile con l’Età dell’Oro, o, in epoca cristiana, con la beatitudine dei luoghi edenici, da cui è assente qualunque tipo di sofferenza) – mette concretamente l’accento sull’assenza di contrasti sociali, sulla libertà di parola, di pensiero e di religione, sull’uguaglianza, discrimina alcune persone, come gli atei, e li addita al disprezzo generale, e relega le donne al solo ruolo materno, peraltro controllato dalle autorità, ovviamente maschili. La sessualità femminile deve sottostare a regole severe, e la posizione delle donne nella società è caratterizzata da una indiscutibile subalternità, e da obblighi e funzioni imposti dal potere maschile. Se nelle utopie dell’antichità delle donne non si parla affatto, in More, là dove esse vengono nominate, se ne stabilisce, in contraddizione con un mondo giusto e dunque egalitario, la subordinazione. Dante, nel Paradiso, suprema utopia, esalta Beatrice, però come completamente assorbita nella sfolgorante e accecante luce divina, dopo che ha svolto la sua funzione di ‘tramite’ tra l’Uomo e Dio. E anche nelle opere utopiche che gradualmente, nel corso del tempo, diventano ideazioni di progetti destinati possibilmente a diventare attuabili e concreti, da La città del sole di Tommaso Campanella (1602), a New Atlantis di Francis Bacon (1627), fino a quelle ottocentesche, come la fantasia fantascientifica di Edward George Bulwer-Lytton (The Coming Race, 1871), e la fantasy socialista di William Morris (News from Nowhere, 1890), le donne semplicemente non sono contemplate come esseri autonomi, liberi e ‘uguali’, ma vengono sempre ‘assimilate’ e subordinate al potere patriarcale.
La letteratura utopica rimane dunque essenzialmente maschile per secoli, ed è soltanto nel XIX secolo che è possibile trovare dei contributi femminili, nessuno dei quali, significativamente, è espressione di astratte teorie; essi sono invece correlati a situazioni reali, concrete, fondate appunto sulla condizione, l’esperienza e il vissuto femminili, caratterizzate però da idealità e progettualità. Il più importante di questi contributi alla letteratura utopica femminile è quello di Charlotte Perkins Gilman, la scrittrice più consapevole e incisiva nell’elaborare il progetto utopico di una società giusta, libera, egualitaria, organizzata a misura – anche – di donna. Il progetto utopico di Gilman si inserisce nella sua intensa attività sociopolitica e nel suo impegno nell’attuazione di riforme sociali, come rappresentante per la California alla Convenzione per il Suffragio tenuta a Washington già nel 1896 (e in seguito in numerosi congressi anche in Europa), e nel movimento chiamato Nationalism, che si proponeva di combattere e debellare l’avidità e le distinzioni classiste del capitalismo, e di promuovere, al contrario, il formarsi e l’affermarsi di un mondo e di un’umanità pacifici e giusti, ispirati a principi etici autenticamente progressisti. Tale progetto si fonda, per Gilman, sulla imprescindibilità dell’emancipazione femminile su basi concrete, come l’istruzione per le donne, la parità tra i sessi, nella famiglia e nella società, strutturate non più secondo funzioni convenzionali, sull’obbligo e l’imposizione di ruoli prestabiliti, e sulla prevalenza e il controllo maschili.
Importanti per questo tipo di proposta utopica, realistica e realizzabile, furono le esperienze personali della Gilman stessa, a cominciare dal suo primo matrimonio, nel 1884, con l’artista Charles W. Stetson, un patriarchal marriage, basato su ruoli e funzioni convenzionali. Fu durante il primo matrimonio, dopo la nascita della figlia, che Charlotte soffrì di una forma di depressione, per la quale ricorse a un medico ritenuto infallibile nel guarire il suo disturbo con un trattamento definito rest cure, che poi ispirò il racconto più noto, antologizzato e citato della scrittrice, The Yellow Wallpaper. La cura miracolosa consisteva nella degenza della donna a letto, isolata dal resto della famiglia, sottoposta a una intensa sovralimentazione
(che avrebbe dovuto aumentare l’energia della persona), a massaggi e, occasionalmente, a quello che si potrebbe definire una sorta di blando elettroshock. Soprattutto, alla paziente era proibito leggere, scrivere, parlare e persino cucire, e la raccomandazione tassativa del medico era di vivere una vita quanto più domestica possibile, stare sempre insieme alla figlia, «and ‘never to touch pen, brush, or pencil again’ as long as I lived» (Perkins Gilman 1913). Non c’è da stupirsi che la depressione di Charlotte peggiorasse disastrosamente, tanto da portarla a un grave collasso emotivo e psicologico, ad avere allucinazioni che la atterrivano (come quella di essere lei stessa fisicamente intrappolata nell’orribile rivestimento delle pareti della camera in cui era rinchiusa), a rischiare di precipitare completamente nella follia, fino a meditare il suicidio. Il racconto, un vero e proprio incubo distopico, oltre a rimandare a una condizione reale è metafora dell’incarcerazione femminile, e del processo di infantilizzazione, regressione, costrizione e annullamento delle facoltà delle donne nel matrimonio convenzionale, e, in genere, nella vita familiare, causato dall’esclusione sociale, dall’inattività intellettuale e dalla pressoché totale privazione di autonomia e libertà. Nelle opere programmaticamente utopiche di Gilman, che compongono una trilogia – Moving the Mountain, Herland, e With Her in Ourland – scritte tra il 1911 e il 1916, quella centrale, del 1915, Herland, è la più significativa, oltre che la più nota: in questa, Gilman dà vita a un mondo esclusivamente femminile (che, nella narrazione, viene ‘scoperto’ per caso da tre esploratori maschi, i quali rimarranno stupiti di trovarsi in un luogo piacevolmente vivibile e sofisticato, dove il benessere materiale si combina con un nuovo progetto di vita organizzato secondo principi condivisi e in progressiva e positiva trasformazione). Un mondo libero da qualsiasi forma di prigionia o di costrizione, e del tutto alternativo alle convenzionali strutture sociali in cui prevale il potere maschile (nelle quali, come è chiaramente implicito in Herland, dominano disuguaglianza e oppressione). Già nel 1907, in uno scritto teorico, significativamente intitolato A Woman’s Utopia, Gilman, nella sua progressiva visione di un mondo diverso e migliore, descriveva quali dovessero esserne le caratteristiche affinché le donne potessero progredirvi e affermarsi. Il luogo – reale – è la città di New York, trasformata, sotto il governo femminile, in una sorta di moderna repubblica delle donne, in cui la Statua della Libertà è coperta d’oro, simbolo della realizzazione del principio più importante che essa vuole rappresentare. Il personaggio maschile che viene invitato a visitare questa città e mondo nuovi è guidato da una cugina, dal significativo nome di Hope, Speranza, che gli espone i principi su cui si fonda quest’isola felice, il primo dei quali è quello di elevare la donne e soprattutto toglierle da una condizione di dipendenza: un principio, come viene sottolineato, che ha avuto un effetto positivo non solo sulle donne, ma anche sugli uomini. Gilman insiste infatti sull’emancipazione femminile come essenziale per il progresso della società tutta anche negli scritti apparsi tra il novembre del 1909 e il dicembre 1910 su «The Forerunner», la rivista da lei diretta, in cui include nel processo etico e civile, più ancora che utopico, da lei elaborato e sostenuto, la necessità di riconoscere alle donne ruoli professionali, come quello di attivista sociale, per la formazione non solo delle donne, ma di comunità in cui tutti abbiano la possibilità di esprimersi e di scegliere liberamente la loro attività al di fuori dei ruoli tradizionali. Gilman (1910) definisce ‘realizzabile’ questa sua utopia, che vede concretizzabile in un sistema alternativo in cui «the female sex is the present form of the original type of life», e in cui l’espansione e il riconoscimento delle possibilità femminili possono e devono tradursi in una trasformazione sociale e diventare globali, identificandosi con gli interessi e i fini dell’intera umanità. Gilman, nello sviluppo della sua concezione utopica, espressa soprattutto in Herland, si mostra convinta che alla base di tutto il problema irrisolto tra uomini e donne (e dunque anche del contrasto e del conflitto tra i loro mondi ideali), sia la differenza sessuale, usata dal maschio come motivo e strumento di sopraffazione nei confronti della donna, fino a stravolgere completamente non solo i rapporti interpersonali, ma tutta la cultura e persino la Storia.

Mirella Billi (Mirella Mancioli Billi, 1937-2019)
È stata Professore Emerito di Letteratura inglese, materia che ha insegnato per oltre vent’anni presso l’Università di Viterbo, dopo quelle di Firenze e Udine. Ha scritto numerosi saggi e volumi sul Settecento, e più specificatamente sul romanzo (Le strutture narrative nel romanzo di Henry Fielding, Milano, Bompiani; Il Gotico Inglese: il romanzo del terrore 1764-1820, Bologna, Il Mulino), la letteratura di viaggio, il Grand Tour, la cultura della sensibilità, il dramma gotico, la relazione fra arte e letteratura e fra letteratura e linguaggio dell’estetica (TEXTUS XVIII, 2005), oltre che su singoli autori, in particolare Austen e Beckford. In una prospettiva linguistica ha studiato il discorso giornalistico nei quotidiani e nelle riviste del Settecento (”Ladies’ Fashion Magazines: Social Life and Consumerism in Eighteenth-century England” in News Discourse in Early Modern Britain, Bern, Peter Lang, 2006) e il linguaggio della critica teatrale nei periodici. È stata autrice del capitolo sul Settecento nella Storia della letteratura Inglese, Torino, Einaudi. I suoi interessi e le sue ricerche nell’ambito dell’Ottocento e del Novecento, della critica e della teoria letteraria hanno condotto alla pubblicazione di volumi e articoli su Virginia Woolf, su altri scrittori modernisti e su numerosi autori contemporanei, ad un volume sulla parodia letteraria (Il testo riflesso, Napoli, Liguori) e ad una serie di testi sulla ri-scrittura letteraria e filmica postmoderna e sulla metanarrativa storica. I suoi studi sulla poesia dell’Ottocento e del Novecento (Il Vortice fisso, Pisa, Pacini, è dedicato alla poesia di Sylvia Plath) come pure sulla narrativa di quei secoli, in particolare delle donne, sono testimoniati da numerose traduzioni, articoli e capitoli in volumi e riviste letterarie. Le sue traduzioni includono le Memorie biografiche di pittori straordinari di William Beckford, poesie di autori contemporanei, i saggi di Virginia Woolf sugli scrittori (Parma, Pratiche), La stanza di Jacob di Virginia Woolf e Matilda di Mary Shelley (entrambi pubblicati a Venezia da Marsilio). Mirella Billi ha lavorato su alcuni aspetti culturali del Long Eighteenth Century e sul Canone letterario (ha curato Studi sul canone, Viterbo, Settecittà, 2007). Oltre ad essere stata curatrice di una serie di monografie su autori inglesi contemporanei, Mirella Billi ha contribuito attivamente, con articoli e recensioni, a svariate riviste letterarie.